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Il monte Cevedale (Zufall Spitzen) è lo spartiacque
tra le valli di
Pejo, di Martello e Valfurva;
si dovrebbe però parlare,più che di una singola cima, di un gruppetto
di tre punte, a partire dalla più alta a sud-ovest (3769 m) a quella
di nord-est (3757 m) e la più vicina (3700 m). Sono tutte collegate
da una sottile cresta di circa 700 m che offre una bella via di ritorno
dalla cima più elevata. Abbiamo scelto il ghiaccio del Cevedale perché
pur presentato alcune difficoltà, legate soprattutto ai crepacci e al
rischio nebbia, è un ghiacciaio che può essere salito anche da cordate
non particolarmente esperte. Su un ghiacciaio i rischi potenziali sono
comunque da non sottovalutare perciò l'abbiamo programmata dopo una
serie di escursioni preparatorie che hanno consentito a tutti di raggiungere
un buon grado di allenamento. Partiamo di buon'ora dalla sede di Ripa
con destinazione Santa
Caterina Valfurva, siamo tutti baldanzosi nonostante la levataccia
ma basta imboccare l'autostrada perché sul pullman scenda il silenzio,
una buona dormita non fa mai male! Dopo la sosta colazione l'umore migliora,
iniziamo a fare progetti, già ci vediamo sulle più belle cime delle
Alpi Retiche.Di tempo ne abbiamo, il viaggio sembra
non finire mai, almeno per chi come noi scalpita per calzare gli scarponi;
a mezzogiorno siamo all' Aprica.
Sosta per un panino e poi di nuovo in viaggio perché alle 15,30 ci attendono
a Santa Caterina. Arriviamo in perfetto orario fermandoci nell'ampio
parcheggio in attesa dei mezzi fuoristrada che porteranno gli zaini
fino al Rifugio
Pizzini-Frattola dove dormiremo. In lontananza si intravedono le
prime cime innevate, che sensazione! Siamo partiti dal mare in una mattinata
afosa ed ora siamo a ridosso di splendide cime innevate con una temperatura
gradevolmente fresca. L'abbigliamento "da viaggio" finisce velocemente
nei borsoni sostituito dall'amato abbigliamento da escursione. Indossare
finalmente gli scarponi da una sensazione di libertà infinita e ci fa
sentire ancora più uniti. Purtroppo ci attendono sei chilometri di strada
asfaltata, dissuadiamo alcuni esagitati dal percorrerla a piedi decidendo,
giustamente, di salire tutti sui fuoristrada che il gestore del rifugio
Pizzini-Frattola ci ha messo a disposizione.
In circa 20 minuti raggiungiamo l'albergo
rifugio Ghiacciaio dei Forni dove termina l'asfalto (la strada costituisce
comunque un tratto del sentiero (segnavia 28); qui proprio non
resistiamo lasciamo sui mezzi gli zaini, peraltro assai pesanti, e ci
incamminiamo. Va comunque sottolineato che il servizio di fuoristrada
è un servizio pubblico che consente a chiunque di poter raggiungere
facilmente il rifugio Pizzini-Frattola direttamente dal parcheggio di
Santa Caterina. Seguiamo inizialmente la carrareccia di collegamento
ai rifugi lasciandola comunque ben presto, per imboccare il sentiero
(segnavia 28b) che sale sostanzialmente parallelo alla carrareccia
tracciato originale del sentiero stesso. Guadagniamo subito quota, il
panorama si apre ulteriormente, il ghiacciaio del monte Pasquale (m.
3553) nasconde il Cevedale dandoci comunque un assaggio delle emozioni
che proveremo.
Il sentiero è facile salendo gradualmente non avvertiamo
gli effetti della quota, tuttavia non dobbiamo esagerare col ritmo,
siamo comunque a 2600 metri, qui l'ossigeno comincia a diminuire e noi
dieci ore fa eravamo al livello del mare. Attraversando un territorio
utilizzato anche per l'allevamento allo stato brado possiamo subito
godere della vista di antiche malghe e mucche al pascolo, siamo davvero
frastornati da tanta bellezza; ora intravediamo anche il Cevedale e
molto in lontananza, solo un piccolo puntino, il rifugio Pizzini-Frattola.
Siamo distratti da tanta bellezza solo quando incontriamo i primi resti
delle postazioni belliche, ricordiamo immediatamente le sofferenze che
quei poveri ragazzi hanno patito su queste cime che ora, a noi, danno
tanta gioia. Alcuni di noi hanno avuto un nonno che ha combattuto in
montagna, magari non ricordiamo molto di lui e dei suoi racconti ma
la sensazione che proviamo è fortissima.
Spostiamo la nostra attenzione sulla maestosità del
Gran Zebrù (Konig Spitze) (m. 3851) che ci offre una vista mozzafiato
magistralmente illuminato dalla mano che guida la natura. Nonostante
il sole che filtra tra le nuvole cominciano a cadere le prime gocce
di pioggia, il rifugio è abbastanza vicino ma non tanto da evitarci
una bagno se dovesse piovere davvero; affrettiamo il passo procedendo
oramai alla spicciolata. Il rifugio Pizzini-Frattola(m. 2700) sorge
all'inizio della testata della Val Cedèc situato in un'incantevole posizione
panoramica, dove emerge l'attacco alla parete sud del Gran Zebrù mentre
sul versante opposto si aprono alla vista grandi ghiacciai e maestose
vette. Al rifugio ci informano subito che l'attrezzatura deve necessariamente
essere lasciata al piano inferiore, niente scarponi, ramponi e piccozze
ai piani superiori! Ben presto ci sistemiamo in camera, siamo sorpresi
dai comfort offerti, il locale attrezzature è riscaldato e dotato di
una stufa per asciugare scarponi e indumenti, le camere sono spaziose,
ben arredate e… dotate di termosifoni e luce elettrica per tutta la
notte! Un lusso a cui non siamo abituati. Prepariamo in fretta le brande,
a dire la verità sistemiamo un po' tutto alla rinfusa perché la voglia
di scappare fuori per iniziare a goderci l'ambiente è troppa. Piove
leggermente, la temperatura però è tutto sommato gradevole (6 °C), impossibile
distogliere lo sguardo dal Gran Zebrù, dalla Vedretta del Pasquale,
dalla vedretta del Cevedale, dal Cevedale che riusciamo ad intravedere
a malapena tra le nuvole, dal rifugio Casati e dai 550 m di dislivello
per raggiungerlo. Solo la fame ci fa rientrare, un panino all'Aprica,
una barretta per strada, ora ci vuole proprio una cena seria. Gran festa
quindi ai pizzoccheri che sarebbero ottimi con un buon bicchiere di
vino che però è meglio lasciare a domani sera! Dopo cena riunione col
capo-gita per decidere le cordate cercando di armonizzarle al meglio,
breve ripasso dei nodi e verifica dell'attrezzatura. Poi tutti a nanna,
sveglia alle 4,30. Come sempre accade la sveglia arriva troppo presto,
ci attardiamo un poco in branda tanto abbiamo il bagno in camera non
c'è da correre; in realtà però abbiamo tutti ancora sonno.Consumiamo
in fretta la colazione, abbiamo voglia di sentire l'aria frizzante della
mattina (2°C), di conoscere finalmente la guida che ci accompagnerà
e di mettere veramente in moto le gambe. Ernesto, la nostra guida, ci
attende fuori dal rifugio, facciamo rapidamente le presentazioni e corriamo
a recuperare ramponi, piccozza e corde. Quanto pesa lo zaino! Eppure
abbiamo diligentemente cercato di lasciare al rifugio tutto ciò che
non sia strettamente necessario! Fa davvero freddo, il termometro sistemato
all'ingresso del rifugio indica 2°C ma è sotto una tettoia, all'aperto
siamo sicuramente a zero; indossiamo guanti e cappelli di lana incamminandoci
tra i mugugni dei "volontari" che hanno dovuto caricarsi anche le corde.
Imbocchiamo il sentiero (segnavia 28b) che prosegue dal piazzale
del rifugio seguendo il tracciato della carrareccia che conduce alla
teleferica di servizio del rifugio Casati. I segni non sono troppo evidenti
ma è comunque impossibile sbagliare, d'altronde basta camminare in direzione
del Casati che si intravede in cima al Passo del Cevedale. Ben presto
si deve guadare il torrente Cedèc che fortunatamente qui è poco profondo
nonostante sia ben alimentato dal disgelo, raggiungendo con facilità
i Laghi di Cedèc (m. 2744).
Comincia ad albeggiare, i primi raggi del sole illuminano
il Gran Zebrù offrendoci uno spettacolo che non dimenticheremo facilmente;
i laghi sono immobili e riflettono l'immagine delle montagne, camminiamo
in silenzio affascinati. Qui il terreno e sassoso e arido, ci sorprendono
le numerose fioriture e in particolare le margherite che al mattino
presto hanno i petali tutti rivolti all'indietro per proteggersi dal
freddo. Superata la zona dei laghi si deve piegare a destra abbandonando
la carrareccia e imboccando la traccia del sentiero che inizia subito
a salire, la fatica si fa immediatamente sentire certamente aiutata
dalla quota. Ernesto si prodiga in preziosi consigli che ci saranno
molto utili in seguito. Cerchiamo di tenere unito il gruppo ma la salita
ci costringe a frazionarci, raccomandiamo a tutti la massima attenzione
anche perché man mano che saliamo il terreno diventa gelato ed incontriamo
la neve caduta ieri; quella che al Pizzini-Frattola era acqua quassù
erano fiocchi di neve! Avvicinandoci al Passo diventano ben evidenti
i resti delle fortificazioni e dei reticolati austriaci. Arriviamo al
rifugio Casati (m. 3254)
alle 8,00 circa, c'è un bel sole che ci riscalda subito nonostante il
vento gelido.
Zaini a terra iniziamo a legarci in cordata e a scambiarci
opinioni riguardo alle preferenze: è meglio usare il nodo bulin o il
nodo delle guide? Sicuramente saremmo ancora a discutere se Ernesto
non mettesse la parole fine ad ogni discussione optando per il nodo
delle guide e verificandone di persona la corretta esecuzione. La neve
è dura ma non troppo ghiacciata possiamo procedere senza ramponi, faticheremo
meno e ci gusteremo di più la progressione. Sottolineiamo che la decisione
adottata, avvallata dal parere favorevole di una guida alpina, è valida
solo per la giornata della nostra escursione. Partiamo alle 8,40 in
una lunga fila con i capi-cordata che "minacciando piccozzate" invitano
a prestare attenzione a non calpestare la corda. Il primo tratto di
ghiacciaio è solo in leggere salita, i bastoncini sono più indicati
della piccozza per buona fortuna di chi essendo meno esperto qualche
volta proprio non riesce ad evitare di calpestare la corda; poco male
siamo comunque senza ramponi.
La neve per ora è ottima camminiamo bene, non si sprofonda
e non si scivola, è proprio piacevole col sole che ci scalda e una leggera
brezza fredda che ci rammenta che siamo in alta quota. La fatica comunque
inizia a farsi sentire e la quota accorcia il respiro; passi brevi a
cadenzati raccomanda la guida! Cominciano gli strattoni alla corda,
il panorama è così maestoso che risulta quasi impossibile non scattare
foto; dopo mugugni vari troviamo un accordo, i fotografi che nella nostra
cordata sono tre su quattro devono annunciare le loro intenzioni gridando:
fotooo! Ma solo fino a quando l'ascesa non diverrà più impegnativa,
dopo scatteremo le foto solo quando il capo-cordata lo riterrà possibile.
Oramai siamo in vista della vetta, si tratta di affrontare
il tratto più impegnativo, ripido e crepacciato. Calziamo i ramponi,
da ora in poi sarebbe rischioso proseguire senza, stop alle foto facili,
via i bastoncini, mano alle piccozze e avanti con rinnovata attenzione
disponendo le cordate in modo da alternare cordate esperte ad altre
meno esperte. Le pause ora diventano frequenti, anche troppo, perché
qualcuno risente della quota; superiamo con precauzione alcuni crepacci
ben visibili continuando a salire con attenzione per individuare eventuali
crepacci nascosti. La traccia che parte dal rifugio Casati e conduce
in vetta è ben marcata e visibile, attraversa però ampi pianori che
invitano a camminarne fuori, questo rappresenta un errore da non commettere
e un pericolo da evitare; camminando fuori dalla traccia è impossibile
individuare crepacci nascosti.
Siamo un po' stanchi ma entusiasti della camminata,
alcuni è la prima volta che salgono a queste quote. La crepaccia terminale
è il punto più pericoloso dell'escursione, si tratta di un profondo
crepaccio in un punto assai esposto. Rinnoviamo la raccomandazione a
procedere con cautela facendo sicurezza, raccomandazioni mai superflue
anche se abbiamo tutti una certa esperienza. La neve è ora ghiacciata
i ramponi fanno un'ottima presa ma la piccozza riesce a penetrare solo
per pochi centimetri, sarebbe difficile frenare una caduta qui.
Raggiungiamo la cresta senza intoppi piegando a destra
in direzione di un vecchio bivacco diroccato e verso la vicina vetta.
Lo spazio è piuttosto angusto e noi siamo un gruppo numeroso (19 partecipanti)
dobbiamo prestare particolare attenzione a sistemarci in sicurezza senza
calpestare le corde, ora che calziamo i ramponi le danneggeremmo gravemente
mettendo a repentaglio la sicurezza.
Ci abbracciamo congratulandoci in particolare con coloro
che sono alla prima esperienza d'alta quota, mentre la stanchezza come
per incanto scompare. Abbiamo l'impressione di essere al centro dell'universo,
a 360 gradi abbracciamo un panorama incredibile: cime innevate, ghiacciai,
vallate inondate dal sole, il lago del Coston e il Gran Zebrù di una
bellezza mozzafiato; scattiamo decine di foto. Consci delle previsioni
meteo che ben conosciamo non sottovalutiamo le nubi che stanno salendo,
ben presto decidiamo di scendere. E' oramai mezzogiorno e nel pomeriggio
sicuramente pioverà, sarebbe demenziale farci sorprendere in quota.
Come ogni buon escursionista sa la discesa è sempre
la parte più pericolosa di ogni escursione, in particolare su un ghiacciaio.
Ci consultiamo con la guida decidendo l'ordine di discesa delle cordate
ancora una volta alternando cordate esperte con altre meno esperte.
Con un po' di preoccupazione iniziamo a scendere, ora c'è veramente
pericolo. Scendiamo su un ripido pendio di neve ghiacciata con alla
sinistra un canalone che conduce dritto fino alla testata della val
Cedèc lungo la Vedretta del Cevedale. Seguiamo con attenzione i meno
esperti che fortunatamente non hanno evidenti difficoltà, a parte un
po' di timore per il vuoto; la crepaccia terminale ora è un passaggio
veramente difficile che superiamo con lentezza ben attenti a mantenere
tutti in sicurezza. E' tardi per salire, troppo tardi, tuttavia continuano
ad arrivare cordate che ci incrociano salutandoci allegramente; speriamo
che non li colga il temporale pomeridiano! Ritornati sul pianoro ci
togliamo i ramponi, da ora in poi sarebbero più un ostacolo che un aiuto,
mentre Piero inveisce coloritamente contro chi gli ha portato fin qui
i bastoncini che lui ha dimenticato in vetta! Bel ringraziamento vero?
Beh bisogna però dire che lo abbiamo superato in discesa senza dirgli
nulla proprio mentre voleva rigirarsi per tornare a prenderli e che,
comunque, visto che si lamentava tanto sono stati gettati lontano costringendolo
ad un breve(!) fuori traccia. Fotografi di nuovo in azione mentre scendiamo
dirigendoci verso cima Tre Cannoni così chiamata per la presenza di
tre cannoni posizionati dagli austriaci a difesa della vallata. Una
cordata, forse attratta dal miraggio di un piatto di minestrone procede
spedita verso il rifugio Casati, peggio (?) per loro. La traversata
del pianoro è particolarmente difficoltosa e pericolosa, la neve allentata
ci fa sprofondare quasi ad ogni passo e basta uscire un po' dalla traccia
per finire in qualche buca avvisaglia della presenza di profondi crepacci.
Raggiunto il contrafforte roccioso ci sediamo esausti riposando un poco
prima di guardare i cannoni neutralizzati dall'avanzata italiana ma
tuttora in ottimo stato di conservazione. Ci chiediamo senza saperci
dare una risposta esauriente come abbiano fatto a portare un simile
peso fin quassù, ricordando ancora una volta quanti sacrifici, fatica,
distruzione e morte abbia portato la guerra.
Il ritorno al rifugio Casati è interamente in piano
ma la neve allentata la rende una tortura. La stanchezza si fa sentire,
ad ogni passo praticamente si sprofonda fino al ginocchio. Il rifugio
è li ma sembra di non arrivarci mai; non abbiamo indossato le ghette
perché effettivamente sul Cevedale sarebbero state solo un ingombro
ma ora la neve fradicia entra dappertutto. Mannaggia! Arrivati, finalmente,
al rifugio ci sciogliamo e ci togliamo gli imbrachi; in cordata eravamo
in quattro ma due sono letteralmente scomparsi, eppure eravamo legati
insieme! Bah, pazienza tocca a noi sistemare tutta l'attrezzatura, ah
ma da ora in poi la corda la portano loro! Non si discute su questo.
Il sole è accecante, impossibile guardare il ghiacciaio senza occhiali
da alpinismo. Ci stravacchiamo sulla terrazza del rifugio Casati fermamente
intenzionati a consumare un frugale pasto al sacco mentre salutiamo
gli amici che non sono venuti sul ghiacciaio. Poi qualcuno comincia
a parlare di minestrone, qualcun altro di pastasciutta e come per magia
le barrette scompaiono negli zaini; un pasto serio ce lo siamo proprio
meritato. Impossibile però restare troppo all'interno, siamo escursionisti
che diamine! Ora però soffia un vento molto freddo che ci costringe
a indossare di nuovo guanti, berretti e giacche; c'è ancora un bel sole
ma le nuvole stanno chiudendosi è bene non aspettare troppo a scendere.
Ne approfittiamo per una telefonata a casa dato che da qui i cellulari
funzionano al contrario del rifugio Pizzini-Frattola, ci facciamo una
foto di gruppo e ci prepariamo a scendere dopo aver salutato Ernesto,
una guida alpina di rare capacità umane e tecniche, che scende prima
di noi. Partiamo in piccoli gruppi incalzati dal tempo che peggiora
vistosamente, c'è il rischio concreto di prendere la pioggia. La discesa
decisamente ripida impone di prestare molta attenzione sarebbe facile
scivolare o far cadere sassi su chi ci precede. Quando raggiungiamo
nuovamente il torrente Cedèc abbiamo una bella sorpresa, il disgelo
della giornata l' ha fatto talmente ingrossare che risulta difficile
guadarlo senza inzupparsi. Pazienza tanto siamo quasi arrivati e comunque
comincia a piovere. Siamo rientrati tutti senza alcun problema, il capo
gita può finalmente tirare un respiro di sollievo e rilassarsi ma siamo
più sollevati tutti quanti, non è facile ne privo di rischi accompagnare
un gruppo di 19 persone, alcune delle quali alla prima esperienza di
ghiacciaio, su una vetta a quasi quattromila metri. Questa sera il rifugio
è affollato, c'è in corso un'esercitazione del soccorso alpino, ora
possiamo ironizzare! Ci togliamo gli scarponi e gli indumenti umidi
dandoci appuntamento al bar per una birra ma ne siamo poco convinti;
una bello doccia calda è più invitante! In effetti cullati dal rumore
della pioggia che cade adesso con una certa intensità ci sdraiamo rimandando
il brindisi e la spedizione di cartoline a più tardi. Nei rifugi le
bevande sono sempre escluse dal menù cosi ognuno pensa bene di passare
dal bar per prendere una bottiglia da bere con gli amici e alla fine
ci ritroviamo con tanta acqua, vino e birra da non sapere cosa farne.
Poi ci ricordiamo che dalla mattina abbiamo bevuto troppo poco, che
domani ci attende una tranquilla discesa senza zaini e comunque non
dovevamo fare un brindisi? Ne scaturisce una bella serata e una tranquilla
dormita, e vorrei proprio vedere!
Domenica mattina sveglia alle sette, colazione e preparativi,
tutto sembra al rallentatore; è scomparsa la tensione dell'ascesa mentre
comincia a serpeggiare la nostalgia che sempre ci prende quando si deve
tornare. Diamo un'occhiata alle cime, quanta neve è caduta stanotte!
Di nuovo carichiamo gli zaini sui fuoristrada decidendo di scendere
comunque a piedi a caccia fotografica di marmotte. Poche centinaia di
metri più a valle notiamo un branco di mucche al pascolo e uno strano
camioncino, è una stazione mobile di mungitura. Parliamo un poco col
proprietario che ci informa con rammarico che il suo è un mestiere destinato
a finire presto per gli ostacoli che il parco dello Stelvio gli frappone,
siamo sconcertati da tanta cecità. Ci invita a visitare la Malga dei
Forni, non vendono prodotti ma è comunque interessante.
Un fischio acuto ci avverte che le marmotte ci hanno
individuato, scendiamo ora con calma senza fare troppo rumore e loro
non tardano a lasciarsi osservare e fotografare. Intere famiglie giocano
tranquillamente nascondendosi solo se ci facciamo veramente troppo vicini.
Ci riuniamo tutti al rifugio Forni dove ci attendono i fuoristrada per
riportarci a Santa Caterina, ci saliamo a malincuore perché sappiamo
che stiamo veramente lasciando queste montagne che abbiamo sognato per
una stagione. A Santa Caterina ci attende il pullman che ci condurrà,
insieme ai turisti a visitare alcune attrattive del lago di Como, ma
noi siamo gia con la testa a casa e alla nuova escursione.
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