A volte un semplice gesto scaramantico
che solitamente archiviamo con noncuranza può risolvere al meglio una
situazione. Non ci credete? Allora leggete qua! La traversata Abetone
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Vico Pancellorum era gia in programma l'anno scorso, esattamente il
13 giugno. Venne annullata perché all'arrivo all'Abetone fummo accolti
da un violento nubifragio. Quest' anno abbiamo deciso di reinserirla nel
programma spostando però la data, per scaramanzia, di una settimana. Sapete
che tempo faceva domenica scorsa? Pioveva! Comunque quest'oggi il tempo
è bello ed è tornato anche il caldo anche se nel pomeriggio è prevista
qualche nuvola che non ci preoccupa più di tanto. Vico è situato sulla
riva destra del torrente Lima, a circa 650 metri di altitudine, e da ogni
angolo si può godere di bellissimi panorami; inoltre è molto facile incontrare
per strada alcuni esemplari delle tante specie di animali selvatici presenti
nell’Oasi Balzo Nero, che prende il nome dal monte su cui è adagiato il
paese. Il curioso nome di questo antico borgo è di origine romanica, mentre
la struttura è presumibilmente dell’epoca medievale; non esistono certezze
assolute in quanto è rimasto molto poco del paese originario.
Partenza alle 6,30 da Ripa per raggiungere l'Abetone, la nota località
sciistica dell'Appennino da dove inizierà la traversata. Partiamo in orario,
ma vuoi per il traffico, vuoi per la strada, arriviamo in leggero ritardo;
siamo pronti per partire solo alle 9.
E' nostra intenzione raggiungere le creste per poi proseguire, sempre
mantenendoci in cresta, verso il Balzo Nero. Ci incamminiamo lungo la
pista da sci a fianco dell'edificio comunale affrontando subito una ripida
salita. Il massimo dislivello viene infatti superato nel primo tratto
per poi proseguire sostanzialmente alla stessa quota per un lungo tratto,
scendendo infine verso il Balzo Nero e il paese di Vico Pancellorum. Il
cielo è lievemente velato e il sole si fa subito sentire, il ricorso alle
protezioni è obbligatorio per evitare scottature; la temperatura sarà
discretamente alta.
Il gruppo, siamo in 24 partecipanti, si divide subito in due con i più
incuranti che salgono seguendo la linea più logica e altri che invece
cercano quel poco di ombra che oggi riusciremo a trovare. Quantomeno fino
alla Selletta perché da li in poi più nulla, solo sole! Saliamo rivivendo
con la mente le esperienze che molti hanno vissuto in inverno lungo questi
crinali. Superata la prima ripida salita pieghiamo a sinistra addentrandoci
nei faggi, che ora hanno sostituito gli abeti, seguendo la strada di servizio
degli impianti. Incontriamo subito le tracce di quei frequentatori della
montagna a cui ci onoriamo di non appartenere: lattine e bottiglie di
plastica segnalano il passaggio dell'inciviltà che chiamano turismo!
Raggiunta la Selletta (m. 1690) ci fermiamo per ricompattare
il gruppo, salendo lungo la pista non ci siamo infatti preoccupati. Le
fioriture cominciano ad essere veramente interessanti, chiunque abbia
con se una macchina fotografica non perde di vista Erio nella pressoché
vana speranza di catturare qualche immagine come solo un fotografo professionista
sa fare. Inizia un'estenuante, per noi, caccia fotografica alle farfalle
che cerchiamo di immortalare sui fiori. Dopo qualche scatto interessante
riprendiamo il cammino verso il Monte Gomito, da ora in poi con gli ultimi
alberi oramai alle nostre spalle non troveremo più ombra. Siamo ora sul
sentiero (segnavia 00) malamente segnalato ma comunque facile da
seguire, basta seguire la strada di servizio degli impianti di risalita.
Fa un gran caldo quando alle 10,30 arriviamo in vista della stazione terminale
della funivia, caldo appena mitigato dalle nuvole che a tratti velano
il sole. Dal Monte Gomito (m. 1892) proseguiamo proseguiamo seguendo inizialmente
la recinzione degli impianti, in discesa, dirigendoci verso i Denti della
Vecchia (m.1843)- Davanti a noi possiamo ammirare il Monte Rondinaio e
il Monte Giovo alla destra, mentre alla nostra sinistra buona parte del
percorso che dovremo affrontare ; forse è meglio non pensarci!
I Denti della Vecchia costituiscono il primo tratto veramente
impegnativo, alcuni passaggi vanno infatti superati arrampicando all'indietro
mentre altri sono in forte discesa su un sentiero pieno di pietrisco dove
si può facilmente cadere. Il sentiero è ora ben segnalato con segni bianco-rossi
(segnavia 509), e blu un po' sbiaditi a ricordare che comunque
siamo in cresta. Ci dirigiamo ora verso l'Alpe delle Tre Potenze scendendo
però verso la vallata e il Lago Nero che scorgiamo in lontananza. Il Lago
Nero è un laghetto di origine glaciale posto in una "conca" dovuta alla
sovraescavazione di un antico ghiacciaio. Nel lago (il nome deriva dal
cupo riflesso delle sue acque) vivono due varieta' di tritoni, l'alpino
ed il crestato e sulle sue sponde Ë possibile osservare una varietà di
aglio e le velenose bacche rosse del mezzereo molto simili al ribes. Vicino
al lago c'è un piccolo rifugio (non custodito) le cui chiavi sono reperibili
presso il CAI di Pistoia. Il sentiero diventa subito più agevole, le rocce
lasciano il posto alla brughiera. Avvicinandoci ci rendiamo conto della
motivazione del nome, il fondale scuro conferisce alle acque un colore
assai vicino al nero. Attraversiamo la zona umida, ora asciutta, invasa
dall'erba cipollina; impossibile non calpestarla, emana un odore così
intenso da essere fastidioso che ci accompagna fino al lago. Vorremmo
bagnarci ma basta un'occhiata distratta per notare certi movimenti sospetti,
l'acqua è piena di sanguisughe. E' meglio metterci alla ricerca dei tritoni
che sappiamo abitano questi laghi. Siamo fortunati una colonia si lascia
tranquillamente ammirare mentre nuota tra la vegetazione. L'attiguo rifugio
è aperto ma noi siamo così presi dallo spettacolo della natura che ce
ne dimentichiamo riportati alla realtà solo dalla necessità di rifornirci
di acqua alla fontanella poche decine di metri a monte del rifugio. Ben
presto dobbiamo riprendere il cammino, sono le 11,30 e siamo in ritardo
sulla tabella di marcia. Imbocchiamo il sentiero (segnavia 100)
incontrando un ruscelletto di acqua chiara e fresca e, soprattutto, priva
di sanguisughe; ora si che possiamo rinfrescarci. Con passo più svelto
procediamo verso Foce di Campolino affrontando praticamente l'ultima salita;
dalla foce in poi il sentiero è sostanzialmente in discesa. L'umidità
della zona non poteva che favorire gli insetti, mosche soprattutto, che
ora sono fastidiosissime pur offrendo uno spettacolo unico. E' veramente
divertente vedere arrivare gli escursionisti avvolti in una nuvola di
mosche attratte dal sudore che impregna capelli e cappellini. Certamente
meno divertente per i malcapitati che oltre ad essere infastiditi dagli
insetti vengono anche presi in giro dagli amici che non si lasciano sfuggire
l'occasione per chiedere come mai le mosche volino sempre intorno a certe
persone avanzando maleodoranti ipotesi tacendo che loro si sono abbondantemente
spruzzati di repellente.
Sono le 11,20, qualcuno inizia a lamentarsi ma visto il
ritardo e le nuvole che cominciano a salire da levante è meglio proseguire
senza indugio. Evitiamo di salire in cresta aggirando il colle scendendo
verso il Rifugio Campolino per poi risalire verso il Poggione (m. 1771).
Il valico è un passaggio suggestivo: un intaglio tra le rocce coi resti
di antichi manufatti. Subito dopo il valico si deve scendere leggermente
per aggirare i resti della recinzione di vecchi impianti oramai in disuso
ma mai smantellati, e risalire verso la cresta. Alle 13 siamo sul Poggione
dove fermiamo per il pranzo. Un leggero venticello e qualche nuvola che
vela il sole rende più piacevole la sosta, unico problema trovare un posto
senza cespugli di ginepro che tappezzano tutto il crinale rendendo impossibile
sedersi, accidenti come bucano! La pausa pranzo uoeina è sempre un momento
topico di ogni escursione coi forzati della barretta che cercano un posto
riparato dal vento ma comunque il più panoramico possibile, magari anche
in cima ad un baratro e i golosoni che cercano un luogo soprattutto comodo
per pasteggiare con tutta calma regolarmente interrotti dal capogita che
suona la sveglia che oggi suona assai presto, perché nuvole temporalesce
si addensano sulla catena e siamo solo a metà percorso.Scendiamo verso
una foce dove campeggiano i resti semidistrutti ma mai rimossi degli impianti
di risalita che un tempo servivano le pista da sci.
Sulla foce è stato edificato un significativo, quanto assai indecifrabile
nelle forme, monumento a ricordo dei partigiani della Brigata Pippo che
su queste montagne condussero una dura lotta contro i nazifascisti. Improvvisamente
il sentiero, finora sempre ben segnalato, sembra scomparire; evidentemente
poco frequentato è invaso dalla vegetazione con segni rari e quasi invisibili.
Sappiamo che si deve procedere sostanzialmente di cresta perciò seguiamo
la linea più logica ritrovando ben presto i segni bianco-rossi. Bisogna
fare attenzione solo ad un bivio che può ingannare; non è segnalato in
alcun modo, si deve procedere dritto senza cadere nella tentazione di
piegare a sinistra su quello che sembra il percorso più logico che invece
si perde nel bosco. In un continuo alternarsi di sali e scendi aggiriamo
il Colle dell'Uccelliera (m. 1656) seguendo una traccia abbastanza evidente
che spesso si perde tra la vegetazione per riapparire pochi metri dopo.
Lasciata la vegetazione del versante nord ci inoltriamo sui prati del
versante sud con un sentiero che ora torna ad essere ottimamente segnalato.
Alle 14,50 siamo all' Uccelliera, in lontananza, molto, scorgiamo l'inconfondibile
cresta del Balzo Nero e ancora più in lontananza il campanile di Vico
Pancellorum. Alle indicazioni del CAI si aggiungono quelle del GEA a dire
il vero piuttosto allegre quanto a tempi di percorrenza. Il tracciato
ritorna sul versante nord riaddentrandosi nel bosco mentre l'arenaria
lascia il posto alla dolomia; stiiamo infatti abbandonando i contrafforti
appenninici per passare ai rilievi che lo separano dalle Apuane che torniamo
a scorgere in lontananza. I pendii perdono la dolcezza appenninica per
assumere caratteri più simili a quelli alpini. Improvvisamente ci troviamo
in cima ad un dirupo nella totale assenza di segnaletica.
Si deve scendere nel bosco senza seguire un percorso preciso,
da'altronde la faggeta non presenta pericoli. Dopo poco si incontra una
traccia e qualche raro segno, scendiamo ancora fino al sentiero che seguiremo
fino ad un bivio dove si deve prestare attenzione. Alcuni segni sembrano
indicare la necessità di svoltare a sinistra ma è solo un vecchio sentiero
che conduce a Pian di Novello; si deve andare invece sempre dritto. Alle
16 siamo a Piano degli Agli, un incantevole pianoro attrezzato con tavoli
e panchine e un fabbricato che in caso di necessità può fungere da ricovero
d'emergenza. Facilmente raggiungibile da Pain di Novello ogni anno in
agosto ospita la festa della montagna. Molto bello l'altare realizzato
con un tronco di faggio e un'imponente lastra di arenaria. Da qui inizia
la discesa che ci porta ad aggirare il Balzo Nero e alla strada carrozzabile
per Vico. L'attacco del sentiero (segnavia 8) non è affatto evidente
dal pianoro, tuttavia tenendo come riferimento il Balzo Nero la si trova
con f una certa facilità. Anche se non molto frequentato è agevole, non
è ben segnalato ma si cammina su una traccia profonda ben difficile da
perdere.
E' interessante segnalare la presenza di acqua a pochi
minuti, poco più di un rigagnolo che scende lungo una fenditura della
roccia presente però tutto l'anno. Siamo quasi all'asciutto, oggi nonostante
qualche nuvola la temperatura è stata davvero alta facendoci sudare molto,
ne approfittiamo per riempire le borracce visto che ci attendono ancora
due ore di marcia con le gambe che cominciano a risentire delle lunga
discesa. Perdendo quota la sterpaglia lascia nuovamente il posto ai faggi,
con ben poca convinzione tutti quanti lanciamo sguardi furtivi al sottobosco
perché questa è zona da funghi, recentemente ha piovuto, non si sa mai.
Ogni occasione è buona per solleticare i funaioli del gruppo che restano
a bocca asciutta, trovare due bei porcini non sono loro. Dopo tanta fatica
almeno il risotto è assicurato.
Il gruppo procede ora frazionato coi più stanchi che restano attardati.
Quando raggiungiamo il biviop col sentiero che conduce in cresta al Balzo
Nero ci accorgiamo che è al lavoro una squadra del CAI che sta rifacendo
la segnaletica. Il sentiero non solo è ottimamente segnalato ma è anche
stato ripulito da poche ore; una vera pacchia camminare su un tracciato
con l'erba appena falciata e coi tratti più sciupati appena rimessi in
sesto. Scendiamo ora in piccoli gruppetti attenti solo al panorama con
lo sguardo rivolto alle rocce del Balzo Nero perché dobbiamo proprio ammetterlo,
un pensierino ce l'avevamo fatto.
Il sentiero termina sulla strada forestale che bisogna seguire per un
tratto fino ad incontrare la carrozzabile. Stanchi e accaldati scorgiamo
un tubo dell'acquedotto e, gioia infinita, un rubinetto da cui sgorga
dell'acqua dal sapore non proprio invidiabile ma tanto, tanto fresca.
Una bella rinfrescata ci voleva proprio, il caldo sembra non volersene
andare ma la meta è ora vicina. Ancora pochi minuti e scorgiamo la sagoma
del pullman, è la fine di una bella faticata. L'autista ci saluta preoccupato
per il ritardo, soprattutto perché quando ha parlato delle nostre intenzioni
con la gente del posto gli hanno risposto increduli che eravamo dei pazzi.
Chissà che avrebbero pensato se avessero saputo che ancora prima di terminare
la traversata odierna gia prendevamo accordi per la prossima camminata!
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